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Quelli che pensavamo di aver scordato, da qualche tempo. Ricordo, come se fosse oggi, quando noi bambini scrutavamo dalle terrazze delle nostre case le notti incendiate di Montepucci. Dal promontorio le fiamme si levavano altissime, avvolgendo nel loro abbraccio mortale la fitta macchia mediterranea e le pinete d’Aleppo modellate dal grecale e dai venti onnipresenti in questo sperduto angolo di verde Paradiso. Eravamo fiduciosi nel lavoro dei volontari che stavano contrastando il fuoco e salutavamo con un sospiro di sollievo l’arrivo del salvifico elicottero: segnava la fine di quell’interminabile incubo da cui desideravamo svegliarci. Un promontorio, quello di Montepucci, in cui gli alberi hanno stentato a rinascere…. E quando, dopo molti anni, sono ricresciuti sono stati prontamente bruciati, in pochissime ore, da nuovi devastanti fuochi appiccati da mani assassine, avide di cancellare tanta bellezza. L’incendio del 24 luglio non ha toccato questo fronte già depredato dal fuoco, non ha toccato la piana di Peschici martoriata dalle alluvioni anche per la mancanza delle radici protettive degli alberi bruciati: quella piana diventata, nel corso degli anni un agglomerato di case, un coacervo di insediamenti turistici di diverso stile, frutto della speculazione edilizia.
L’incendio ha toccato due zone
residenziali: la 167, il nuovo quartiere di edilizia popolare abitato da
tante giovani famiglie peschiciane; ha lambito pericolosamente le case
abusive di Tuppo delle Pile. È spettrale il paesaggio che si presenta ai nostri occhi fino al trabucco Ottaviano, scampato alle lingue di fuoco solo perché costruito sulle rocce, in una zona con una rada macchia mediterranea. Eppure intorno ci sono tantissime auto incendiate, scheletri meccanici sotto alberi inceneriti dall’attacco del fuoco: la zona sembra un’enorme desolante sfasciacarrozze, se non fosse per la bellezza immutata della stupenda baia che le fa da sfondo. Il panorama della costa fino a Manacore è anch’esso di una bellezza desolante: l’azzurro impassibile del cielo e del mare fa da sfondo alla costa con qualche sprazzo a macchia di leopardo ancora verde, nonostante tanti alberi carbonizzati. I fumi per fortuna si sono diradati, i focolai sono sorvegliati e prontamente spenti da un elicottero che sorvola costantemente la zona. C’è da chiedersi perché per tante ore il cielo non sia stato presidiato, il territorio non sia stato difeso come lo è oggi. Il bilancio della catastrofe forse poteva essere contenuto. Possibile che in Italia siano sempre troppo pochi i presidi aerei e terrestri indispensabili per prevenire gli incendi boschivi? Dove sono finiti i progetti di monitoraggio del territorio che prevedevano il controllo satellitare delle zone a rischio del Gargano?
La brutta giornata del 24 luglio ha
scoperto tutti i nervi fragili del nostro territorio, che soltanto a
parole si dice di voler proteggere. Un territorio privo di ospedali e di
un serio piano di protezione civile. I residenti avevano trovato nel turismo una indispensabile, seppur precaria, fonte di reddito. Una fonte che rischia di essere preclusa, dopo quello che è accaduto. Ora è tempo che gli Enti preposti, in sinergia, facciano tutti la loro parte. Bisogna avviare subito un piano di ripresa economica, affinché questa stagione turistica non sia definitivamente perduta. Pensare, appena possibile, alla riforestazione delle zone violate dal fuoco. Ricordo che nei momenti più drammatici della nostra storia, noi Peschiciani ci siamo sempre rimboccati le maniche, mettendo a frutto le nostre residue risorse di intelligenza e di cuore, ripristinando i luoghi devastati. Almeno stavolta, non lasciateci soli!
TERESA MARIA RAUZINO |
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