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Durante uno dei miei soggiorni trascorsi alle Isole Tremiti, ho dovuto
prendere atto di una situazione ambientale sempre più minacciata dallo
scorrere del traffico di veicoli a motore, che perseguita la tranquillità di
quella che molti hanno conosciuto un tempo come oasi di pacifica riflessione
nel trionfo della natura sovrana.
Circa tre anni fa, il 22 settembre 2003, in un colloquio che ebbi a
intrattenere con l’attuale sindaco Giuseppe Calabrese allora da poco salito
in carica, potei ascoltare il mio interlocutore manifestare fermi e lodevoli
propositi relativi al miglioramento della qualità ecologica nelle Isole da
lui stesso amministrate.
Riguardo alla circolazione delle automobili mi fece una decisa dichiarazione
programmatica mirata a eliminare – dall’anno successivo – la circolazione
delle vetture tradizionali per consentire unicamente (per le inderogabili
necessità logistiche dei residenti e degli operatori turistici) una mobilità
basata su motori ultrapuliti, azionati elettricamente. Allora non ebbi a
dubitare (come non diffido attualmente) delle oneste intenzioni
dell’amministratore municipale.
Sta di fatto tuttavia che allo stato attuale, se qualcosa è cambiato lo è
certamente in peggio.
Chiunque si rechi a San Domino nelle Tremiti – territorio protetto con
rigore dall’accesso di veicoli estranei ai residenti - è costretto fare i
conti con una realtà che vede il tranquillo viandante perseguitato dal
flusso inarrestabile di quel traffico motorizzato che appare quanto meno
bizzarro in un’isola percorribile tranquillamente a piedi nel giro di
mezz’ora. Troppe le auto e i furgoni che scorrazzano senza limiti relativi
all’orario, al numero minimo di passeggeri o all’effettivo trasporto di
merci e bagagli. Troppe le macchine di vecchia concezione tecnologica,
probabilmente inadeguate alle restrizioni antinquinamento.
Esiste perfino un noleggiatore che, oltre alle innocue biciclette, concede
l’uso di motorini. Personalmente non trovo parole a commento.
Alla suddetta autentica piaga si è aggiunta di recente una questione che
vede buona parte della popolazione schierata a difesa dell'integrità
naturale del territorio. Parrebbe incombere – a detta di un comitato
d’agitazione dei cittadini – l’insorgere minaccioso di possibili progetti
speculativi, consentiti dal piano regolatore di recente presentazione che
parrebbe concepito a favore di pochi con scarso riguardo ad eventuali
risvolti penalizzanti per l’intera comunità.
Io credo all’umanità e all’animo schietto di quelle persone che non covano
trame, non progettano fortune venali o guadagni indebiti, non hanno poltrone
da conquistare o da difendere, non possiedono nulla se non la propria
famiglia e la casa in cui vivono.
In tale consapevole spirito ritengo inderogabile che ciascuno si preoccupi -
nei limiti delle proprie possibilità – del disagio di quella gente onesta
che sopravvive umilmente, ma con grande orgoglio e dignità, in un’oasi
naturale densa di fascino, nella tradizione di un ricco patrimonio storico e
culturale.
Ho appreso dunque che un nutrito gruppo di abitanti del piccolo arcipelago,
è sorto a contestare il nuovo progetto urbanistico (se così si può dire)
delle isole Tremiti, nel quale avrebbe individuato il concreto rischio che
una valanga di nuovo cemento vada in regalo alla speculazione edilizia. Già
lo scorso 14 marzo 2006, essi hanno programmato unanimi - in evidente segno
di spregio per la politica – di volersi astenere dal voto disertando i seggi
elettorali.
In un proclama denso di autentica indignazione i contestatori hanno cercato
di ammonire il resto della municipalità sul concreto pericolo del suddetto
Piano regolatore che, qualora fosse attuato, potrebbe risolversi come
strumento di definitiva metamorfosi delle Tremiti in un orrido esemplare di
cementificazione.
In tal modo essi non hanno trascurato di sottolineare pubblicamente la
mancanza di sensibilità ambientale da parte delle autorità che hanno
presentato il piano regolatore delle Isole (soprattutto in virtù delle
vistose modifiche che si sono volute apportare, senza alcuna motivazione
ragionevole, al progetto preesistente), laddove il disegno incriminato
dimostrerebbe di voler abbandonare la natura originaria del territorio a una
preordinata aggressione edilizia, particolarmente invisa quale violenza alle
peculiarità naturali del suolo.
Gli abitanti delle Tremiti si sentirebbero abbandonati anche dagli
ambientalisti, ritenendoli da un lato apparentemente inflessibili nei
confronti dei vincoli da rispettare per le manutenzioni ordinarie, mentre
d’altro canto non s’impegnerebbero con serietà ad ostacolare un Piano
edilizio che spaventa per gli effetti deteriori denunciati da parte della
cittadinanza. Infatti, se dobbiamo prestar fede alle motivazioni
dell’accorata protesta, esso consentirà alla speculazione venale
d’infliggere un colpo mortale all’integrità del territorio.
Un macroscopico agglomerato costituito da blocchi di cemento armato dovrebbe
alla fine soffocare la natura originaria delle incantevoli isole,
liquidandola forse senza scampo.
Scandalizzati inoltre dalla concessione edilizia rilasciata per costruire
una villa privata sull’isola di Capraia, i cittadini appartenenti al
comitato di agitazione contestano anche il modo in cui vengono gestite le
entrate provenienti dalle autorizzazioni ai turisti proprietari di natanti.
I residenti chiederebbero piuttosto mirati programmi di edilizia
residenziale popolare e la costruzione di un porto efficiente, che allo
stato attuale risulta essere soltanto una utopica chimera. La cittadinanza è
consapevole che la realizzazione di tale infrastruttura varrebbe fra l’altro
al fine di evitare il perpetuarsi di gravi incidenti non solo in mare, ma
anche su quella che viene impropriamente definita banchina. In alcuni casi,
simili deplorevoli accadimenti hanno causato la perdita di giovani vite.
La diatriba che ho cercato sommariamente d’illustrare conferma che in fondo
tutto il mondo è paese. Con la sola variante che una comunità costituita da
poche centinaia d’individui corre sempre il pericolo di trovarsi sottomessa
all’eventuale capriccio di chi potesse contare sull’appoggio di potentati
esterni. La storia delle Isole Tremiti, fin dal tempo dei Romani, è densa di
rimandi in tal senso.
La spiegazione è soltanto politica, volenti o nolenti bisogna prenderne
atto.
Rammento di avere studiato in giovinezza l’etimologia del sostantivo
politica e dell’aggettivo analogo. Essi discendono entrambi dalla
terminologia greca antica, che individuava la fattispecie come una complessa
arte. In senso analitico più esteso, la locuzione politiké téchne (arte
politica) discende a sua volta, alla lontana, dal concetto di polis, il cui
fascino richiama quel sistema politico in cui tutti i cittadini
partecipavano al governo della città. Non a caso in molti testi dell’epoca
si ritrovano copiosi riferimenti a tale metodologia, di una modernità che
sorprende per spessore e qualità di contenuti. Come testimonia uno scritto
di Diodoro Siculo (storico greco del I secolo a.C.) che lancia così la
propria esortazione: faccia il popolo buoni discorsi e agisca sempre con
giustizia né prenda decisioni storte per la nostra città. Le assemblee si
svolgevano nel simposio, che mentre era appunto il luogo della discussione
politica, nella tradizione letteraria rappresentava inoltre la cornice
dell’elegia; ma il dibattito avveniva solitamente anche nell’agorà, dove si
svolgevano i mercati. La polis comprendeva nella fattispecie una serie di
valori, etici e filosofici, di notevole spessore morale, laddove gli uomini
preposti alla conduzione della vita pubblica si consideravano depositari di
una missione che avevano fede di poter assolvere con l’aiuto degli uomini e
la protezione divina. In tale contesto essi facevano rientrare - accanto
alla buona amministrazione, all’economia, alla giustizia - molti fattori
atti ad innalzare il livello intellettuale e spirituale di tutta la
comunità. Letteratura, filosofia, teatro tragico, arte, musica, poesia,
scienze venivano promosse a vari livelli come veri e propri componenti
essenziali al fine di una corretta gestione degli interessi propri di
un’intera comunità.
Ai giorni nostri la politica, e il relativo lessico, hanno assunto una
facciata meno nobile. L’organizzazione dei partiti e l’autorità degli uomini
preposti alla loro gestione è in pratica uno strumento della politica stessa
che dovrebbe gestirne la funzione primaria. Il sistema sociale dispone ormai
di un’autodeterminazione piuttosto evoluta, capace di rovesciare i termini:
non è l’uomo a controllare il sistema, bensì esattamente l’opposto. Per una
perversa metamorfosi evolutiva, la struttura capace di regolare un complesso
modello sociale, sembrerebbe rifiutare il contributo degli uomini che
l’hanno creata, apparentemente pericolosi per la perfezione del meccanismo.
Tale passaggio è determinato a mio avviso dall’esigenza dell’uomo di
spogliarsi della propria violenza distruttiva per demandarne l’esercizio
alle istituzioni. Si tratta di un aspetto più prosaico, per così dire, che
caratterizza a volte i personaggi della cosa pubblica con peculiarità
strategiche riconducibili alle mosse su una scacchiera.
E’ probabilmente una di tali mosse che tenta al giorno d’oggi di mettere
sotto scacco la tradizione, l’ambiente, la sopravvivenza stessa degli ultimi
rappresentanti di un mondo ancora arcano per molti, ricco di fascino e di
messaggi coinvolgenti. Un pianeta immaginario dal quale ci sentiamo
trascinati senza respiro verso un messaggio di rinnovamento spirituale,
della scoperta, ma sempre attenti ai segnali dell’animo, nell’aspirazione
inesausta a reperire, fra rifiuti e frantumi, qualche simbolo ancora
palpitante dell’armonia, del bello, dell’umanità.
All’esortazione di Diodoro Siculo, vorrei aggiungere in tutta semplicità
un’ultima riflessione. Viviamo l’attimo presente come una parte del grande
progetto che si concretizza, giorno dopo giorno, a misura delle nostre
aspirazioni. Anche il dolore, le ingiustizie, i sogni infranti appartengono
intimamente a queste. Se desideriamo la luna, non dobbiamo temere di puntare
alle stelle. E’ certo che il futuro dipenderà dai nostri pensieri di oggi.
Dunque, SALVIAMO LE TREMITI.
15 giugno 2006
Copyright
©2006
Ferruccio Maria Fata
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